Passeggiando con la storia
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L’incendio della Cattedrale e il bassorilievo cinquecentesco

Rubrica “Passeggiando con la storia” a cura di Giuseppe Massari

All'interno della pubblicazione: La Basilica Cattedrale di Gravina nel tempo, a cura di Giacomo Lorusso, Lorena Calculli, Marica Clemente, Lab Edizioni, aprile 2013, vie è un capitolo scritto da Carmen Morra: "Storia documentata della Cattedrale di Gravina in Puglia". Da esso abbiamo attinto ed estrapolato ciò che attiene al tema della puntata odierna.

"Nel 1447, un incendio divampò nella chiesa danneggiando rovinosamente gran parte della struttura. A supporto dell'accaduto non esistono documenti, né prove di alcun tipo se non, sempre che lo si voglia considerare tale, un bassorilievo tardo – quattrocentesco (o forse cinquecentesco) che ne avvalora la vicenda in quanto, nella sezione centrale dello stesso, vi è raffigurata una chiesa molto simile alla cattedrale che arde con fiamme altissime che fuoriescono dagli ingressi principali della struttura.
Ovviamente, il bassorilievo non basta a confermare la veridicità dell'accaduto e, d'altra parte, lo stesso Nardone scrivendo di questa scultura ha fornito una interpretazione decisamente diversa dalle immagini raffigurate; eppure non mi sembra del tutto inverosimile l'ipotesi dell'incendio, basti infatti pensare alle lampade ad olio adoperate in notevole quantità per l'illuminazione di chiese antiche o ancora al rilevante uso di candelieri in legno per convenire nella plausibilità di tale evento.

In particolare, nel bassorilievo in questione sono rappresentate tre scene scompartite in tre riquadri sequenziali tra di loro che, da sinistra a destra, raffigurano rispettivamente il primo: un santo barbuto probabilmente un benedettino, forse un cluniacense nell'atto di rinvenire con grande sorpresa una statua di notevoli dimensioni se comparata allo stesso monaco, riversa per terra all'interno di un antro, ai piedi di una collina che potrebbe essere identifica nella collina di Petramagna o Petramanca, un collina sorgente a sinistra dell'originario centro abitativo di Gravina e a sinistra della stessa cattedrale.
La statua non è altro che una Madonna con Bambino, con la Vergine leggermente ricurva verso destra con le spalle indietro, nel simulare lo sforzo di dover reggere il Figlio, così com'era nella tipicità delle statue gotiche di uguale soggetto, tutto circondato da brevi istantanee di vita bucolica, quali un cane che beve ad un ruscello in basso, una capra, una mucca e un asinello in alto.
Nel secondo riquadro, più ampio, si ritrova la statua portata in processione nel paese verso una centralissima chiesa ardente, già identificata dal Nardone con la nostra cattedrale; la statua è decisamente pesante, considerando che le tre figure che la portano in spalla appaiono ricurve sotto tale peso. Nello stesso riquadro, oltre la chiesa, tre uomini bruciano presumibilmente dello stesso fuoco che arde la struttura religiosa mentre altri due individui di dimensioni più grandi e dall'andatura minacciosamente militaresca si dirigono verso la chiesa.
Questi ultimi, dall'aspetto truce, portano sulle spalle qualcosa, forse un mantello da guerra e indossano un copricapo, forse un turbante, nel qual caso potrebbe trattarsi di due pirati saraceni i meglio di Ottomani, ma più genericamente potrebbe essere anche un elmo, in questo caso potrebbe trattarsi delle truppe del Papa o magari del re, che accorrono in aiuto dei cittadini in pericolo; potrebbero essere dei Lanzichenecchi, o ancora delle Guardie svizzere utilizzate per la prima volta nel 1479 da Papa Sisto IV ma divenute il noto esercito papale nel 1506 per volere di Papa Giulio II.

Questo secondo riquadro è arricchito sullo sfondo da case quattrocentesche circondate dalle mura del paese. Il terzo e ultimo riquadro presenta un uomo seduto in trono e benedicente: è quasi certamente il Papa dell'epoca; dinanzi a lui una figura inginocchiata supplicante ed un 'altra in piedi; quest'ultima potrebbe essere un rappresentante della cittadinanza gravinese che chiede aiuti per la ricostruzione della cattedrale, il tutto incorniciato da eleganti elementi architettonici: delle colonne con capitelli corinzi, un arco a volta, un architrave fregiato con immagini di cavalieri in battaglia e una scala sullo sfondo; tutti elementi che avvalorano l'importanza politica oltre che etica del personaggio seduto in trono.
Ovviamente, la presenza di Guardie svizzere nel bassorilievo in questione ne determinerebbe in qualche modo la datazione, poiché da quanto già detto ne conseguirebbe che lo stesso potrebbe essere stato realizzato nel 1506; se così fosse la parte centrale della tavola potrebbe anche riferirsi alle conseguenze di una delle tante guerriglie verificatesi in quegli anni nel Regno di Napoli tra Francesi, Spagnoli, Tedeschi e truppe papali per la conquista di queste terre". Fin qui, quanto scritto dalla professoressa Carmen Morra.

In altra parte della medesima pubblicazione citata, Margherita Pasquale, della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici delle Province BA – BT – FG, Storica dell'Arte e Direttrice del Castello di Trani, nel suo saggio: "La Cattedrale di Gravina nel 400. Note su un percorso icno ed iconografico", completa o integra quanto evidenziato dalla Morra.
"Di un incendio, che avrebbe coinvolto la cattedrale nel 1447, un decennio prima della distruzione tellurica, si suole addurre come unica prova una peregrina lastra di pietra istoriata, databile ai primi del 500, giacente per ultimo, spezzata nel mezzo, in sacrestia, ciclicamente tornata ad infrangersi e risarcita. Incerta è la sua collocazione originaria; per qualche tempo è stata inserita nello spazio amorfo e lacunoso al di sopra del portale maggiore in facciata, di cui si è supposto fosse un particolare approntato e non collocato, anche se di palesi dimensioni ridotte rispetto al necessario.

In effetti il brano scultoreo potrebbe essere stato l'architrave di un portale, un esempio è dato nello stesso rilievo, dove un'elegante trabeazione è percorsa da una teoria di cavalieri, ma anche il fronte di una cappella, come altri coevi presenti nella chiesa, o di una tomba monumentale o il gradino di un altare; ha sobrie cornici modanate, di base e di finitura superiore, e si articola come fregio a narrazione continua tra due pilastrini laterali, i quali rappresentano gli antefatti degli avvenimenti descritti nelle rispettive adiacenze, nella campitura centrale.
Si erge, nel mezzo della lastra, la cattedrale di Gravina, con l'odierna facciata compartita da quattro lesene, le ali rettilinee, il rosone, le cornici, i portali minori riquadrati e sormontati da cornice arcuata; il portale centrale è troppo ben descritto per essere solo immaginato; la visione prospettica del fianco sulla piazza segnala, con la serrata sequenza delle lesene dell'ordine superiore ed il portale secondario omologato a quelli in facciata, la testata a capanna del transetto meridionale, con al centro la finestra in realtà sottostante, anziché il rosone; si eleva a tergo, l'antico campanile; dalle porte aperte del settore meridionale fuoriescono fiamme; entro le porte sgombre si scorge l'interno, col pavimento a piastrelle e l'inizio del porticato.

Da una parte e dall'altra della chiesa, isolata su basamento a gradoni, sul pianoro fiancheggiato da profonde voragini, si dispiega la città con le sue case fornite di tetti e comignoli, al di là delle quali si snoda la cinta muraria merlata con, a sinistra, una porta urbica e le rampe di accesso agli spalti; fa da snodo e riempie lo spazio residuo la resa naturalistica della folta Selva e della gravina, con le sue rocce e l'incolta vegetazione. Sul pilastrino di sinistra, un uomo venerando, un monaco aureolato e barbuto, rinviene, con palese gesto di sorpresa, una statua raffigurante una madonna con Bambino di dimensioni naturali, distesa sul terreno, all'interno di una grotta; di seguito, la statua è portata in processione on cattedrale; essa grava, si tratta evidentemente di un manufatto lapideo, sulle spalle dei portatori, caricata in orizzontale; il corteo proviene dall'agro ed è preceduto da un chierico con croce astile, devoti reggono ceri.
Sul pilastrino di destra, un personaggio autorevole, ammantato e assiso su sedia cerule nell'andito di un nobile palazzo , di cui si intravedono le scale interne, dà a due persone, una in piedi ed armata di alabarda, l'altra in ginocchio, disposizioni che si direbbero eseguite nella scena accanto, un linciaggio, in cui uomini armati di scuri, puntano decisi, in primo piano, su un uomo che alza le braccia fiammeggianti o brandenti torce, ed altre due figure, l'una barcollante, l'altra prona, mentre il canalone di sfondo è percorso dal brulichio di una folla in concitato movimento.
La superficie del rilievo risente delle improprie destinazioni, degli spostamenti, delle rotture; ha parti nitide e parti corrose; interessante, anche se farraginosa, è la lettura allegorica che ne fa il Nardone, scorgendovi gli estremi per una compiuta storia della Chiesa gravinese, dai trascorsi rupestri collegati all'iconoclastia al ritorno al culto delle immagini, allo scisma dell'XI secolo, alle scorribande saracene che devastarono la città nel X secolo, all'impegno normanno per il ripristino del rito latino, tutto simbolicamente vergato intorno al "modello" della cattedrale quattrocentesca".

Mi fermo qui, dopo aver a lungo riportato due testimonianze di studiose che hanno saputo dire la loro. Sulla base delle rispettive e distinte competenze. Sulla base di ipotetiche ricostruzioni di un manufatto ancora molto e tanto da studiare ed interpretare nella sua veridicità storica, culturale, architettonica e religiosa.
  • Giuseppe Massari
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